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In-segnare: segni di una prossimità possibile

Educare e formare

Piattaforma di condivisione per docenti e alunni a favore della scuola a distanza

Una proposta più “concreta”

Come insegnante di sostegno ho vissuto in prima persona, senza possibilità né tempo di sperimentazioni preparatorie, la sfida della didattica a distanza. Nel mio caso, avendo a che fare con una delle innumerevoli sfaccettature della parola “fragilità”, l’imperativo chiaro è stato (ed è tuttora) quello di essere “artigiani della prossimità”, pur nei limiti e nella frustrazione di una “relazione mediata” tutta da scoprire e costruire.

Se guardiamo ai prossimi mesi sembra ragionevole pensare che questa modalità non verrà archiviata con la fine delle misure restrittive di contenimento, ma diventerà parte integrante del nostro agire pedagogico, educativo e formativo. Per questo motivo credo si debba ripartire anche da uno sforzo collettivo nel creare una precisa cultura della prossimità da tradurre in azioni concrete e buone prassi, soprattutto in presenza di ragazzi e di ragazze più fragili.

Il passo concreto da cui partirei è proprio quello di una raccolta dati (coordinata con enti già attivi su questo fronte – per esempio ERICKSON) che conduca alla creazione di una piattaforma di scambio e di condivisione non solo di idee ma anche di materiali, tools, strumenti, etc, direttamente utilizzabili dai docenti e dagli alunni, con particolare attenzione a quelle realtà che devono far fronte a situazioni di marginalità e di povertà educativa di modi operandi.

È urgente inoltre trovare risposte efficaci di fronte al divario socio-economico che ha acuito ulteriormente le difficoltà di accesso e di fruizione della didattica a distanza per tutte quelle famiglie in situazione di svantaggio culturale e materiale (assenza di connessione internet, mancanza di pc, etc.).
Necessaria sarà inoltre una seria riflessione sulla figura e sul ruolo dell’insegnante in relazione a questo modo nuovo di fare ed essere scuola.

Una proposta più “astratta”

  • Questo tempo “sospeso” credo abbia acuito in parte il nostro senso di sproporzione o di non adeguato rispetto di fronte alla “memoria” del passato, incarnata da quella generazione dei nostri nonni che è crollata sotto i nostri occhi e che non è stato possibile accompagnare fino agli ultimi istanti. Resta un numero spropositato di famiglie chiamate a rielaborare quelle “carezze non date” e tutte quelle parole “non dette”. Credo sia opportuno ripartire da qui: dai gesti e dalle parole che accompagnano la fine di una vita e riaprono ad un nuovo inizio.
  • Si potrebbero realizzare dei “serbatoi di memoria” che ci rendano più grati e meno distratti.
    Figli e nipoti che raccolgono delle eredità e le raccontano, permettendo loro di trovare nuova vita in racconti buoni.

Giulia Adele

30 anni, Segrate - Milano